Aspetti psicologici nell’adolescente con tumore


Relazione della dott.ssa Roberta Vecchi, psicologo - Ospedale Burlo Garofalo di Trieste. Dal Notiziario AGMEN FVG, dicembre 1999.

L'adolescenza è il periodo delle grandi trasformazioni fisiche (scatto di crescita, fattori ormonali dello sviluppo, maturazione sessuale, mestruazioni, erezione, eiaculazione e polluzione notturna), intellettive (aspetti cognitivi dello sviluppo della personalità, sviluppo dell'indipendenza, rapporto con i genitori e con i coetanei, loro influenze, accettazione od indifferenza al ruolo sociale, atteggiamenti in funzione a valori culturali specifici) e legate a scelte di vita (influenze delle sub-culture nella scelta professionale, valore del lavoro in un mondo che cambia, differenze sessuali legate alla scelta lavorativa, problema del lavoro nella realtà attuale, ecc.)

Ed è in questo momento di grandi trasformazioni, di grandi cambiamenti, di grandi energie che devono trovare uno sbocco verso la maturazione che può insinuarsi la malattia oncologica.

E' da questo momento che la persona ammalata e la sua famiglia devono imparare a convivere con una patologia che scatena il fantasma della morte.

Infatti, nonostante le elevate percentuali di sopravvivenza che i recenti protocolli terapeutici hanno prodotto, ogni persona che si ammala di cancro teme un esito infausto.

Tanti anni fa, il prof, Tamaro ad un incontro con le famiglie organizzato dall'AGMEN aveva sostenuto: "Io non sarò mai soddisfatto nel comunicare ad una madre che suo figlio ammalato di leucemia può guarire nel 99% dei casi perché, sempre quella madre, mi potrebbe chiedere:  "E se mio figlio fosse quell'1%?...'"

Questa paura della morte, che quasi tutti noi sperimentiamo, è stata molto ben tratteggiata da un grande scrittore russo, ToIstoy, che in Ivan lII'ic descrive la morte di Caio:

"...Nel profondo di se stesso Ivan lll'ic sapeva che stava morendo, ma non riusciva ad abituarsi all'idea, non sapeva neppur toccarla con il pensiero, proprio non gli riusciva.

Il sillogismo che aveva imparato: Gaio è un uomo, gli uomini sono mortali, Gaio è mortale, gli sembrava giusto applicato a Gaio, ma non applicato a se stesso.

Che Gaio (uomo astratto) fosse mortale era perfettamente giusto, ma lui non era Gaio, l'uomo astratto, ma una persona vera e diversa dagli altri."

La malattia dunque si caratterizza per specifici momenti evolutivi (fasi) ai quali l'adolescente e di riflesso la sua famiglia ri¬spondono con specifici meccanismi adattivi.

Le fasi della malattia oncologica sono: la fase del dubbio, la fase diagnostica, la fase delI'ospedalizzazione, la fase terapeutica, della remissione, e della ricaduta.

Le principali reazioni alla malattia cancro, individuate e descritte in maniera molto dettagliata dalla psichiatra di origine tedesca E. Kubler Roos nella sua teoria degli stadi del morire sono:

  • rifiuto e/o isolamento: è lo stato di shock che si osserva al momento della comunicazione della diagnosi:
  • collera - rabbia: l'adolescente si chiede perché proprio a me, perché non ad un altro; si osservano atteggiamenti di invidia, risentimento ed ostilità generalizzata contro tutto e contro tutti;
  • compromesso o patteggiamento: il giovane si chiede "Perché proprio ora" il paziente pensa "se Dio ha deciso di togliermi da questo mondo e non risponde alle mie preghiere starò meglio se gli offro qualche cosa in cambio"; oppure "mi comporterò in tal modo, allora potrò anche guarire." L'ammalato tende a spostare nel tempo il momento del decadimento della malattia attraverso una serie di compromessi (studierò di più, non andrò a ballare per sei mesi, non chiederò la patente);
  • depressione: si può manifestare sotto forma reattiva o preparatoria. La prima è legata a tutto un mondo di cose ed affetti che si è costretti a lasciare; la seconda accompagna l'ammalato quando inizia a separarsi dal mondo;
  • accettazione o decatexis: avviene prevalentemente nella fase terminale. Questo momento è registrato come un vuoto di sentimenti e come se la lotta fosse finita per lasciare il posto al riposo finale prima del lungo viaggio.

Ciò che dobbiamo cercare di fare in questa fase non è di prolungare l'esistenza, ma di consentire al paziente di vivere pienamente i giorni che gli rimangono.

Alsop afferma che il moribondo ha bisogno di dormire come un assonnato ha bisogno di addormentarsi.

La persona ammalata, e nel nostro caso specifico I‘adolescente, è in grado di mettere in atto una serie di meccanismi psico¬logici per difendersi dall'aggres¬sione della malattia

L'ammalato reagisce con:

  • 1. la regressione: ovvero una forma di difesa infantile: il paziente, dice, sono un bambino piccolo occupatevi di me;
  • 2. la reazione aggressiva: in questo caso il paziente è diffidente, non è contento delle cure che riceve e pensa "ce l'hanno con me";
  • 3. la proiezione: il paziente attribuisce ad altri i propri sentimenti;
  • 4. la negazione: il paziente nega completamente la malattia e si comporta come se non avesse nessun disturbo. In alcuni casi si assiste al fenomeno dell'iperattività per sfuggire all'angoscia di morte;
  • 5. la rimozione: avviene indipendentemente dalla propria volontà ed è un meccanismo di difesa automatica, inconscia, attraverso il quale l'lo, la parte conscia, rifiuta un'emozione un'idea penosa e pericolosa;
  • 6. la sublimazione: anche questo è un meccanismo di difesa dell'lo che si manifesta con la tendenza a deviare certi istinti verso finalità spiritualistiche ed altruistiche.

Possiamo comunque sostenere che ogni ammalato e/o il morente mette in atto di fronte alla propria patologia una serie di reazioni e comportamenti che riflettono i precedenti modi di agire di fronte a situazioni di stress, all'erta e fallimento (l'oncologia rispecchia l'ontogenesi).

L'adolescente si trova costretto a sperimentare anche una serie di problemi sociali.

In questa area ricadono tutte le problematiche relative alla mancata frequenza scolastica, alle carenti o nulle relazioni con i compagni e/o amici, alla sospensione di eventuali attività sportive e Iudiche, ai rapporti con eventuali fratelli/sorelle.

Questo isolamento sociale viene descritto molto bene da una paziente:

Si rivolge ad un'altra paziente seguita dal reparto

"Poi un giorno le ho chiesto quasi per caso ‘E i tuoi amici? Ti scrivono, ti telefonano?...' insomma volevo sapere se e quando i suoi compagni si interessavano a lei. Mi ha risposto sospirando: da li ho capito la solitudine che sentiva dentro nonostante i contatti con i suoi amici. Anche lei non riusciva a trovare qualcuno con cui confidarsi completamente.

E così ho ripensato alla mia storia, diversa dal punto di vista clinico, ma simile dal punto di vista psicologico. Quando tre anni fa, anzi un pò di più, ho saputo della mia malattia, il mio piccolo mondo di ragazza adolescente mi è crollato addosso. lo ne sono rimasta scioccata, voi (riferito agli amici) avete sofferto per me. Ricordo ancora con tenerezza le prime telefonate dopo avere ricevuto la notizia: voi non sapevate cosa dirmi e né io ero abbastanza forte per potervi rispondere decentemente...

Però, nonostante tutto, qualche cosa è cambiato tra noi.

Vi sentivo sempre più lontani, nonostante apparentemente nulla fosse cambiato. Sapevo che per voi, e anche per me, era difficile vivere una situazione del genere e di conseguenza ho provato a far finta di niente. Però in me rimaneva sempre quella sensazione di diversità, che probabilmente sentivo solo io.

Non vi sto accusando di nulla, non mi sognerai mai di farlo, siete stati anche sin troppo buoni con me e guardate che non vi sto leccando, come si dice fra noi. No, sto solo cercando risposte a tutte le domande che da tre anni a questa parte mi rodano l'anima e che non ho mai avuto il coraggio di porvi. Sentivate anche voi questo distacco, questa diversità tra me e voi? Ho forse sbagliato qualche cosa? Vi ho intimiditi? Non vi siete mai resi conto che con voi non sapevo mai di cosa parlare se non di argomenti inerenti la scuola? Molte volte, passando fra i banchi, mi chiedevo cosa mai pensavate di me, ma non osavo chiedervelo: temevo di farvi in qualche modo, violenza. Cercavo allora di intavolare discorsi evasivi, di svago, che più di tanto non duravano. Con alcuni di voi si può dire che io non avevo quasi mai parlato. Con le ragazze, magari, era un pò più facile: si sa tra donne si ha sempre qualche cosa di cui parlare. Ma anche con loro, a volte, mi riusciva difficile. Perché? Non lo so. Notavo che tra voi c'era un forte affiatamento ed io in parte ne soffrivo".