Riflessioni: gli scenari del corpo


dal notiziario AGEOP-Ricerca - marzo 2000 

dott.ssa Dorella Scarponi, psicologo, III Clinica Pediatrica di Bologna

 

“Nella stessa mattina in cui viene diagnosticata la recidiva di malattia al genitore, una bambina di 6 anni si disegna completamente trasparente, già senza capelli, attraversata dagli eventi. L’originalità della produzione pittorica rende ragione della possibilità che hanno i pazienti più piccoli di usufruire della fantasia, per dare un senso alle cose terribili della vita, e della loro enorme capacità nell’esprimere sentimenti difficili come la rabbia, la paura, l’angoscia. Questa immediatezza nel comunicare di sé si perde via via che il paziente si avvicina per età alla fase adolescenziale, per i molteplici conflitti che lo imbrigliano nelle relazioni con l’adulto e per le più articolate e raffinate difese che utilizza per far fronte agli eventi catastrofici. Attraverso il corpo reale o immaginato, pensato o raccontato, sognato o allucinato, passa tutta una serie di emozioni, convinzioni e tabù che lo rendono scenario privilegiato non solo della malattia ma anche dei vissuti. Paradossalmente sul corpo ammalato passano cioè occasioni comunicative più intense, quelle che rendono il senso all’indicibile”.

 

L’adolescente al quale viene comunicata la diagnosi di malattia sembra subire, immediatamente, fin al primo ricovero, una regressione nella rappresentazione di sé, dandoci l’immagine di un corpo appiattito dei suoi caratteri sessuali. Aumentano le immagini in cui torna a collocarsi di preferenza all’interno delle costellazioni familiari, a testimoniare lo spostamento verso la posizione della dipendenza dagli adulti significativi. Per l’adolescente che vive la condizione di fuori terapia il corpo manca di pezzi; la storia personale, che ha subito dolorose interruzioni, è costellata di tagli. Il corpo familiare si disloca a catene intorno al paziente tanto da formare un corpo unico, in maniera indifferenziata.

 

La differenziazione diventa tanto più difficile, quanto meno è stata chiara la comunicazione, dentro la famiglia, rispetto alla malattia; in questo caso, il paziente adolescente fa fatica a separarsi dal nucleo genitoriale che ha tessuto intorno a lui reti di silenzio e di allusioni.

 

Il corpo del ragazzo guarito continua a contenere nuclei persecutori tanto da richiedere misure comportamentali estreme di autocontrollo: diete esasperate, interventi di plastica correttiva, analisi strumentali ripetute.

 

Quando in adolescenza viene diagnosticata una recidiva di malattia il paziente non lascia traccia grafica di sé. Il vissuto non è più quello della trasparenza, ma addirittura dell’assenza. In occasione di manovre infermieristiche, come l’infusione endovenosa di farmaci o la medicazione del catetere venoso centrale, il paziente riferisce, drammaticamente, vissuti che hanno a che fare con l’andare in pezzi, il liquefarsi, il perdere organi e ossa dai fori della pelle.

 

Altrettanto estreme sono le reazioni di chiusura, anche rispetto ai propri familiari. In tale occasione i contatti coi pari vengono definitivamente interrotti.

 

Via via che il paziente vive una situazione di malattia ingravescente prevale il senso di vergogna, come segnale di angoscia, per il corpo che dimagrisce e perde i caratteri, non solo sessuali, ma anche vitali. Il corpo dell’adulto è quello che funziona “al posto del” paziente, in una modalità che ha del virtuale, come a preservare l’illusione dell’integrità psico-fisica del malato.

 

Nelle fasi terminali il corpo dell’adolescente torna, a grandi passi, simbolicamente, nel corpo della madre che l’ha generato. La madre ricompone nella memoria e nei racconti fatti al figlio i primi anni di vita, la nascita, il periodo della gravidanza. L’adolescente si lascia consolare, con fiducia. La donazione mirata di cordone placentare, da parte delle madri di pazienti affetti da malattie ematologiche, conferma il bisogno materno di ricreare annessi corporei salvifici, riparatori.

 

I pazienti gravi con complicazioni nelle fasi successive al trapianto di cellule staminali emopoietiche, fanno i conti con un corpo allucinato, colonizzato da “uova pesanti”. E addirittura un corpo prefigurato, nei sogni, dentro una bara in un corteo funebre. Rispetto al fratello donatore di cellule staminali emopoietiche l’adolescente stabilisce con lui una relazione di dipendenza e gratitudine. Egli inventa gemelli in molte delle rappresentazioni che dà della famiglia mentre il fratello o si elimina dalla scena familiare o si pone in atteggiamento sacrificale. In ogni caso il rapporto fraterno-sororale, rinforzato dall’invenzione di compagni immaginari, così fortemente dichiarato dall’adolescente, dà il senso all’importanza dei legami; e a proposito di legami lo psicologo, come testimone privilegiato, si mette in gioco, non senza tormento, con le sue competenze professionali , ma anche con quello che ha a che fare con la disponibilità ad esserci, ad ascoltare, a cercare insieme un senso nelle cose e a mantenere nella memoria, in maniera vitale, tutto quello che cambia.., o che scompare.