Tommi


Testimonianza di una madre...

A vent’anni da quando Tommi ci ha lasciato, la voglia di scrivere una testimonianza è forte.  Lui stesso era una testimonianza, come lo sono quasi tutti i nostri figli. Guardateli. Quale testimonianza alla vita essi sono, quando si sentono bene, e anche quando si sentono male!  La storia della  vita e della malattia di Tommi è lunga, e tanti anni fa era mia intenzione scrivere un libro sulla nostra esperienza, ma dopo tanti anni, può essere riassunta. Scrivo una piccola storia perché tutti possano capire cosa significhi vivere questa esperienza.  Scrivo una piccola storia che forse soltanto altri genitori come noi possono veramente capire.  La nostra storia è la storia di tanti.  Forse la mia esperienza può essere utile a chi ha iniziato questo cammino.  

Tommi era un bellissimo neonato.  L’ostetrica, quando abbiamo lasciato l’ospedale, ci disse: ho visto nascere tanti bambini, ma questo bambino è speciale, e voglio sapere come cresce. Se avete la possibilità, ditemi qualcosa ogni tanto, mandatemi delle fotografie. Tip tap … Tip tap … A 10 mesi Tommi inizia a camminare, e a due anni cammina in punta di piedi, cosa che farà per tutta la vita nei momenti adatti, all’inizio perché è il suo modo di fare e più tardi, probabilmente, perché ha il cervello leso dalle terapie e questo lo aiuta a mantenere l’equilibrio.  Forse, crescendo, avrebbe affrontato il mondo in punta di piedi. Inizia a parlare prestissimo, e diventa un piccolo oratore: a due anni fa dei discorsi tanto complessi per la sua età attorno alle cose semplici della vita, che un giorno davanti al fruttivendolo una signora commenta con la sua amica: “Sentite il professore!” Non voglio dire che Tommi fosse un genio.  Non lo sapremo mai.  Penso piuttosto ad una crescita precoce. Ma era il suo modo di fare davanti al mondo che era particolare. Ci girava intorno in punta di piedi, osservava e parlava di tutto. 

A quattro anni è colpito da una leucemia linfoblastica acuta.  Diagnosticata a basso rischio.  In questi anni, siamo all’inizio degli anni 80, soltanto il 45% dei bambini con questa diagnosi sopravvive, ma le sue probabilità sono superiori alla norma.  Ci sentiamo in colpa – che strano sentirsi in colpa - davanti agli altri genitori con i figli a “medio rischio” o “alto rischio”.  Ma, fortunatamente, siamo classificati così. La fortuna nella sfortuna …Abbiamo tanta speranza e affrontiamo la chemioterapia con un certo coraggio (noi genitori). Tommi, invece, protesta vivamente per ogni ingerenza medica (urla come un dannato per ogni prelievo di sangue dal dito, figuratevi per gli altri interventi) ma, finita la manovra, rimbalza allegramente nella sua vita da bambino. Una volta, addirittura, riduce una infermiera, che lo aveva tenuto fermo con moltissima fatica, in lacrime, perché torna da lei a chiedere dolcemente scusa per la scenata di poco prima. Tanti urli di paura e rabbia, ma poi sorride e va a casa con il regalo che gli abbiamo fatto per il suo coraggio, che sempre coraggio è. Sorride perché ci sono i suoi amici che lo aspettano.  E il giorno dopo c’è la scuola. Comunque posso dire, per chi mi legge, che i bambini hanno il diritto di urlare, se è così che vogliono affrontare le cure, che il personale non deve mai dire: “non ti farò del male”.  Questo gli veniva detto, e credo che i suoi urli fossero più per la rabbia del tradimento che per il dolore che effettivamente provava. Con i bambini è necessario affrontare la verità.  Penso che la verità faccia più male a noi adulti che a loro;  siamo noi che non riusciamo ad affrontarla.  Anche noi abbiamo bisogno di una dose di coraggio. La sua storia va avanti così, per un anno e mezzo. Le terapie vanno bene.  Noi abbiamo paura, comunque, di perderlo, e i medici non ci possono rassicurare.  
Decidiamo di fare un secondo figlio, che mai era stato in programma. Rimango incinta.  E poco dopo Tommi ha una ricaduta nel sistema nervoso centrale (ci dissero, nel momento della diagnosi iniziale: “speriamo che non sentiate mai pronunciare la parola ricaduta”).  Ora è classificato ad “alto rischio” e le terapie diventano molto forti.  Per la prima volta vomita per ore dopo una somministrazione di chemio.  Un giorno si sveglia e non riesce ad alzarsi in piedi e poi non riesce a camminare diritto. Lo portiamo d’urgenza in ospedale e, dopo un viaggio di meno di un’ora, arriviamo che è in stato confusionale e quasi senza coscienza. Ora sì che è un incubo.  Ha un’encefalite da metotrexate, effetto collaterale rarissimo che, quando si risolverà, lascerà delle lesioni permanenti al cervello. Non possono più somministrare il farmaco del miracolo;  non ci sono più speranze di guarigione. Ora sì che le giornate diventano pesantissime e “vivere alla giornata” non è più possibile per noi genitori.  Ora sì che ci facciamo delle domande: “Cosa ha fatto questo bellissimo e vivissimo bambino per meritare questo tormento?” O, “E’ colpa nostra?”,  “Cosa abbiamo fatto noi perché questo è ricaduto su di lui?” Domande che tutti noi genitori ci chiediamo.  Domanda per cui non esiste risposta, perché nessuno ha fatto niente. E’ semplicemente accaduto.  E deve essere affrontato. Ora una nuova paura ci scuote:  come sarà la fine … Vivere la malattia non è una prova di Dio per farci diventare persone migliori.  I miei amici mi dicevano quando parlavano della malattia:  “Quanto sei brava come mamma.”  Ma non ero brava.  Come tanti genitori, ho soltanto fatto quello che c’era da fare.  Non ero diventata una persona “migliore”. Questo dicono di chi soffre. Non ho imparato nulla di trascendentale sulla vita. Guardate attorno, guardate gli altri genitori, non diventiamo migliori – la malattia fa semplicemente affiorare il meglio ed anche il peggio che è già in noi.  Impariamo molto  sulle priorità della vita. Questo sì. Impariamo ad apprezzare le piccole cose.  Impariamo quanto siano insignificanti le cose superficiali della vita che una volta ci turbavano tanto.  Questo sembra positivo … ma impariamo anche che l’orrore può colpire qualsiasi persona, buona ed innocente che sia, e quindi impariamo la rabbia e il risentimento, la rabbia contro questo “destino”, l’invidia fino ad una specie di odio contro le tranquille famiglie “normali” e contro gli stessi bambini sani che vediamo correre nei giardini, spensierati.  Impariamo la solitudine e cosa significa chiudersi in un guscio.  Diventiamo più generosi verso nostro figlio e verso noi stessi, forse.  Alcuni lo diventano verso tutti e verso tutto, ma molti diventano estremamente egoisti verso tutto ciò che non ha a che fare con il proprio figlio e la propria sofferenza. Noi le vediamo in ospedale, le famiglie così.  Forse siamo così noi stessi ma, a mio parere,  se la rabbia e l’egoismo aiutano a sopravvivere a questo periodo, sono giusti anche loro. Mai giudicare quello che non provi. Alcuni matrimoni si rafforzano.  Troppi matrimoni si disfano.  Semplicemente, questa esperienza tira fuori tutto quello che già abbiamo dentro, di positivo e di negativo, e lo esagera. Tutto sommato, ognuno di noi genitori cerca di andare avanti. Ma non i bambini. I bambini semplicemente continuano a vivere.  Piangono o si lamentano quando stanno male, ed i nostri figli devono sopportare più mali, e in più momenti, rispetto ai bambini sani. Più male di noi grandi. A noi genitori non ci è data la possibilità di provare questi dolori, e di capirli. Ma quando i bambini si sentono bene, la vita li riprende, forse più che mai. E se noi lasciamo andare avanti la vita, la loro vita, e non ci fermiamo sulla loro sofferenza, non li fermiamo, essi rinascono sorridenti ogni volta, ogni volta che finisce lo star male, con la voglia di giocare, di esplorare, di fare programmi, di studiare. Da loro prendiamo il nostro coraggio. Noi genitori tendiamo a chiudere fuori il mondo che non ha a che fare con il nostro bambino e con la malattia. Gli altri non capiscono quello che stiamo vivendo.  Gli altri non riescono veramente ad aiutarci. Tutte le belle parole di parenti e amici non possono contare quasi nulla, tranne che per l’amore e la solidarietà che esprimono.  Noi ci sentiamo soli davanti a questa sofferenza. Soltanto gli altri genitori della clinica possono, forse, consigliarci. E i bambini. I nostri figli che cercano comunque di vivere la vita, e richiedono il diritto di farlo.  Quanto possiamo imparare noi dalla loro voglia di vivere e di sorridere, e di ridere a squarciagola!  Mi affiora alla memoria Tommi con i suoi scherzi, comprati a carnevale e utilizzati tutto l’anno. Li portava in clinica per spaventare medici ed infermieri!  Il barattolo di arachidi offerto all’infermiera con un sorriso malizioso e le urla di lei quando, aprendolo, saltava fuori il serpente molleggiato.  E le risate di Tommi per lo scherzo riuscito. Tommi ha vissuto quasi tre anni dopo l’encefalite, riprendendosi piano piano, continuando come poteva la sua vita e poi, verso la fine, accumulando i periodi di sofferenza fino a lasciarci. Tommi ha vissuto veramente questo periodo… Ha visto nascere una sorellina che adorava e che adorava lui. Lui non era più solo. Quanti giochi e quante normalissime litigate tra fratelli! E’ andato a scuola quando poteva, e ogni suo arrivo era una festa per la sua classe e per lui.  Con la mano tremolante per gli esiti dell’encefalite ha imparato orgogliosamente a scrivere.  Fece, a modo suo, disegni bellissimi, e disegnava quello che disegnano tutti gli altri bambini della sua età, la guerra tra i robot, la casa con l’arcobaleno, cani e gatti, leoni e giraffe. Era tanto indietro con i lavori della scuola, e la scuola aveva assegnato un’insegnante speciale che lavorava con lui, quando c’era, per qualche ora nella giornata. Quando non poteva andare a scuola per qualche malattia infettiva che girava (e girano sempre), andavamo in giro, piccole gite di qualche giorno, al mare, in montagna, e riempivamo le giornate di avventure nella natura, di città piene di storie da raccontare. A casa aveva sua sorella, bambina precoce che dopo poco tempo già giocava con lui, e una baby sitter “pazzerellona”, giovanissima, che mi dava un riposo nell’arco della giornata per qualche ora, e lo faceva giocare e ridere sulle tante scemenze che lei sapeva inventare.  Questa ragazza portava il sole nella nostra vita buia. Maria. Che è ancora figlia ed amica mia. La nostra vita è continuata. Perché Tommi lo meritava. Perché Tommi lo esigeva. Perché Tommi era rimasto nella piena corrente della vita. Perché i bambini sono così, se li lasciamo vivere. Se non mettiamo davanti a loro la nostra compassione per la loro sofferenza. Se sappiamo seppellire la nostra sofferenza in un angolo della mente. Questa è la lezione della vita di un bambino con una malattia cronica, per quanto tremenda essa sia.  Che vivere la vita che c’è, è tutto.  Che vivere, vivere veramente, non è soltanto possibile ma è naturale. I bambini non sperano come speriamo noi. Non hanno lo stesso senso del futuro che abbiamo noi, né lo stesso senso della morte.  I bambini semplicemente fanno quello che la loro natura gli dice di fare. Vanno avanti, non giorno per giorno, ma vivendo e basta. Durante la malattia di mio figlio, non avevo la capacità di riflettere su quanto stava accadendo alla nostra famiglia.  Non avevo informazioni.  Allora, non c’erano psicologi specializzati per sostenere le famiglie.  Non c’erano spazi in clinica per i genitori, e parlavamo poco tra noi.  Ho vissuto questa esperienza con il mio intuito. Soltanto alla fine della nostra esperienza è stata fondata una associazione di genitori in clinica, troppo tardi per me.  Anni dopo avere perso Tommi,  ho servito da Presidente della nostra Associazione Genitori per alcuni anni.  Mi  sono informata, mi sono formata per il ruolo che dovevo assolvere. Soltanto allora ho capito i problemi che ho affrontato e le mie reazioni. Voglio condividere qualcosa che ho appreso, ma che allora non mi era evidente. Ora capisco che i genitori, per quanto cerchino di non far vedere ai bambini i loro sentimenti, non possono nascondere ai figli che mamma e papà stanno male e hanno paura:  le nostre facce, i nostri corpi, parlano. Capita, quindi, che i nostri figli, intuendo quanto soffriamo, si sentano in colpa per questo, non vogliano vederci stare male e cerchino da parte loro di pretendere che tutto vada bene, per proteggere i loro stessi genitori.  Questa è una situazione pesante per i bambini. In questo modo, hanno tante domande che non possono fare e tante paure che non possono esprimere per non causare altre sofferenze ai loro genitori.  C’è come una porta chiusa alle domande e ai sentimenti, e dobbiamo essere noi genitori ad aprire questa porta. E’ necessario parlare ai figli di quanto sta accadendo a loro e a noi stessi.  Paradossalmente, l’evento che ci ha tolto ogni speranza ci ha regalato qualcosa per consolarci. Tommi, dopo l’encefalite, aveva una lesione cerebrale estesa - lesione che non ha tolto il suo brio, ma lo ha staccato un po’ dal mondo.  Lui non sapeva cosa gli stava succedendo, e non voleva neanche sapere.  Non chiedeva,  andava avanti con insistenza con la sua vita che noi sapevamo non poteva essere tanto lunga. Un’altra “fortuna” nella sfortuna …non dovere affrontare con lui la sua malattia  e, più tardi, i discorsi su com’è morire.  Dover un giorno rispondere a queste domande mi terrorizzava, ma questo momento non è mai arrivato.  Tommi starà malissimo, poi con i farmaci starà un po’ meglio e penserà, con alcune delle sue ultime frasi, che dopo starà ancora meglio e potrà tornare a casa. Alla fine, quando il problema di continue ospedalizzazioni incombe su di noi, arriva nella nostra famiglia la dolce Carmen, una filippina che viene a vivere con noi per aiutarci a sopravvivere dall’esaurimento e, soprattutto, per stare con la nostra piccola quando siamo assenti per ricovero in ospedale.  Carmen era piena di amore per Tommi e per tutti noi, e ne avevamo bisogno.  Allora nessuno aiutava le famiglie, che si dovevano arrangiare in tutto.  Non c’erano associazioni di genitori in ospedale, e la società non aveva elaborato strumenti di assistenza. Per fortuna potevamo permetterci questo aiuto economicamente, sacrificando altre cose. Quanto dobbiamo a Maria e Carmen, due estranei che sono diventati parte della famiglia. Tommi ha sofferto.  Tommi ha urlato la sua rabbia al mondo quando gli hanno fatto male.  Tommi ha avuto paura.  Ma poi Tommi ha chiesto scusa, si è calmato, è tornato a ridere.  Portava in clinica sempre una scatola di robot.  Dopo gli aspirati midollari doveva stare fermo a letto, supino, per due ore.  Queste due ore per lui erano un tormento.  Un bambino deve dormire di notte, non di giorno! E quindi un’immagine che rimane fissa nella mia mente è quella di Tommi, a cui avevamo avvicinato il letto di un altro bambino anche lui costretto a stare fermo.  I due bambini, diventati amici per queste due ore,  con i robot in mano,  facevano feroci battaglie in aria, urlavano e ridevano. Quanto sconquasso portavamo in Day Hospital e durante i ricoveri! Io ricordo queste battaglie di fantasia, e non la battaglia di poco prima con l’infermiera che lo costringeva a restare fermo e lo pregava di sopportare il dolore con coraggio.  Ricordo le risate.. Tommi ci ha lasciato all’età di otto anni, dopo quattro anni di malattia. Quattro anni punterellati di momenti di sofferenza ma, soprattutto, riempiti di “joie de vivre” - della gioia della vita. La sua testimonianza, e la nostra di genitori per gli altri genitori, è proprio quella di immergersi nella vita che c’è, di lasciare esprimere ai bambini questa vitalità e di trovare noi stessi la dolce-amara consolazione che questo ci dà. Sia quando il bambino dovrebbe “farcela”, e oggi negli anni 2000 le speranze sono tante, sia quando sappiamo che la vita di nostro figlio sarà breve.  La malattia non ci aiuta a diventare persone migliori, ma i nostri figli sì.  Noi genitori cerchiamo di vivere la vita, come ci consigliano, giorno per giorno. Quando riusciamo. I nostri figli vivono, e basta. Quando è morto Tommi, tutti i bambini della sua classe hanno contribuito ad un libro di testimonianze.  Scrivono:  “Tommi era il bambino più intelligente della classe” (chissà con che strumenti lui, con la mano che tremava, tanto indietro con gli studi, dava questa impressione – sarà stata la sua chiacchiera da “professore” che lo ha sempre accompagnato).  Ma soprattutto:  “Tommi ci faceva sempre ridere”. Quando è morto non c’era Carmen, che lo amava come fosse un fratellino suo, ma stava a casa per badare alla sorellina piccolissima.  Quando, alcune ore dopo, siamo arrivati a casa e ho comunicato la notizia, Carmen, filippina spiritualista, ha detto tra le lacrime:  lo sapevo, proprio in quel momento c’era odore di fiori in camera sua. Quando è morto Tommi, dopo un po’, abbiamo deciso di fare un altro bambino – anche se eravamo un po’ troppo vecchi. Volevamo un altro maschio per rimpiazzare Tommi?  Non lo so, credo di sì.  Ma, soprattutto, la piccola Virginia si sentiva sola e a noi mancavano i rumori che fanno due bambini in famiglia. Naturalmente è nata una femmina – ma che femmina!  Ilaria, non potevi sostituire Tommaso, ma grazie di aver riempito un vuoto. Un'altra cosa che ho imparato informandomi più obiettivamente sulla situazione delle famiglie è l’importanza della solidarietà che ci offre chi veramente capisce quello che stiamo vivendo.  Possono essere gli altri genitori della clinica.  Parlate tra di voi.  Condividete le vostre esperienze.  Servirà per sentirvi meno soli.  Servirà, forse, per dare o ricevere qualche consiglio prezioso. Nota: a chi leggerà queste righe, scritte tanti anni dopo, il messaggio non deve essere di disperazione.  Quando è stato in cura Tommi, molti più bambini guarivano rispetto a soltanto pochi decenni prima, quando queste erano malattie senza speranza.  Il 45% dei bambini con leucemia guariva.  Ma troppi non ce la facevano.   Ora di leucemia guarisce la maggiore parte dei bambini.  Forse Tommi, oggi, sarebbe tra di loro.  Oggi i genitori colpiti dalla diagnosi devono credere nella guarigione. E mentre fanno la dura lotta insieme ai loro figli, devono vivere in pieno la vita, questo dono meraviglioso che tutti noi abbiamo, per quanto sia lunga o breve.  
Suzanne Cappello ( s.cappello@powerhosting.it)