Dal diario di una mamma


Agosto 1997

Sono la mamma di una bambina di nome Sara che ha undici anni.
Ricordo il giorno in cui tutto è cominciato ... era un triste giorno di primavera.  Sara tornò a casa da scuola prima del termine delle lezioni; io ero al lavoro e, quando tornai a casa, la vidi gonfia in viso. La portai al Pronto Soccorso, dove la ricoverarono nella pediatria dell'ospedale in cui presto servizio. Rimase ricoverata per una settimana. Diagnosi:  mononucleosi!  I medici dissero... passerà col tempo. Trascorsero due settimane ma non notavo alcun miglioramento.  Consultai un pediatra che mi mandò a fare una visita al Burlo di Trieste. Quando io e mio marito arrivammo a Trieste ci indirizzarono al reparto di emato-oncologia.  Davanti alla porta d'ingresso il sangue mi si ghiacciò, mi bloccai e dissi a mio marito:  "No, non è possibile che questo sia il reparto dove dobbiamo entrare!". Volevo tornare indietro. Invece entrammo. Mi guardai attorno e vidi bambini senza capelli, guardai Sara e pensai:  "No, lei non può avere quella malattia, è impossibile". Sara venne visitata dal professore e cominciò a fare una lunga serie di esami e di visite.  Ogni quindici giorni una visita di controllo, fino al 19 giugno. Nel frattempo Sara frequentava regolarmente la quinta elementare, studiava con impegno e superò gli esami "splendidamente", come dissero le maestre.  Anche gli esami medici erano buoni, almeno fino al 22 luglio.

La settimana prima del ricovero eravamo andati in montagna a Paluzza e là facemmo tante passeggiate.  Sara fece amicizia con una bambina di nome Clio, con la quale legò immediatamente e anche con un cagnolino di nome Gigetto. Sara, dal momento che amava gli animali, lo portava a spasso come fossero stati amici da sempre.

Ma torniamo a quel triste 22 luglio.  La bambina venne operata di tonsille e adenoidi. Ero tranquilla, perché pensavo di poter tornare a casa, quando venni improvvisamente chiamata dall'oncologo che aveva assistito all'intervento.  Mi sentii un brivido lungo la schiena, avevo tanta paura, oserei dire che ero terrorizzata;  con le gambe tremanti, anziché prendere l'ascensore, decisi di fare le scale per salire in oncologia. Nella testa mi frullavano mille pensieri e non sarei mai voluta arrivare al terzo piano, dove mi aspettava una brutta notizia. Il medico mi disse:  "Mi dispiace, ma dobbiamo trasferire Sara in Oncologia il più presto possibile".  Il sangue mi si gelò nelle vene e mi sentii svenire.  Chiesi al medico se almeno potevo andare a casa a prendere la biancheria e ritornare, ma lui mi rispose che Sara aveva pochi globuli bianchi e poche piastrine e che rischiava un'emorragia da un momento all'altro e continuò dicendomi che doveva fare una TAC e poi mettere un catetere venoso per fare i vari cicli di terapia.  Anche se la immaginavo, io non volevo credere a quella diagnosi:  "leucemia mieloide"!  Avrei voluto morire in quel momento assieme a Sara!  Guardai in alto e mi domandai perché proprio a Sara dovesse toccare quella malattia. Il medico mi confortò dicendomi che si poteva curare ma che la terapia avrebbe richiesto tempi lunghi.  Telefonai al reparto dove lavoro per dire che non avrei ripreso il servizio per il momento, poi chiamai mio marito e tutto d'un fiato gli diedi l'orribile notizia. Passai alcuni giorni in uno stato di torpore in cui mi domandavo se quello che stavo vivendo fosse un sogno o la realtà. Ora siamo in una piccola stanza d'isolamento. Dalla finestra della mia stanza posso vedere un bel panorama di Trieste:  uno scorcio di mare, le navi che passano, una parte del porto. Di notte la città è tutta illuminata ed il panorama è ancora più bello. Guardandolo, mi dimentico per un attimo di essere in un ospedale.  Ho la finestra un po' aperta, visto che fa tanto caldo, ed in lontananza sento la musica. Sicuramente c'è qualche festa. Chissà quanta gente si diverte, spensierata e felice. Io invece sono qui in un ospedale, in una situazione che non so come andrà a finire e mi assalgono nello stesso tempo rabbia e tristezza.

Una dolce mamma